Miniere

SULLA STRADA DELLE VOTE

LA STORIA
La mulattiera detta “Strada delle Vote”, che da Brosso , costeggiando la sponda sinistra del torrente Assa, raggiunge Calea è per i Brossesi ricca di memorie storiche legate al secolare sfruttamento delle miniere.
Questa importante via di comunicazione , realizzata nel suo attuale tracciato nel 1809 modificando una impostazione precedente, ha favorito l’accesso all’ambiente dell’Assa, sia dalla Valchiusella che dalla bassa Valle Dora.
Le numerose miniere e le strutture metallurgiche legate ad esse sono situate nel vallone, nei comuni di Brosso e di Lessolo .
Le miniere di Brosso sono conosciute da tempo remoto per l’abbondanza e la grande varietà dei loro minerali, dei quali esistono campioni in tutte le collezioni d’Europa .
L’inizio della coltivazione di queste miniere si fa risalire, stando alle notizie riportate nella “Monografia dei fratelli Sclopis ,”al tempo dei Romani, che pare praticassero la metallurgia del piombo e dell’argento a partire dalla galena argentifera.
Ai tempi della Repubblica Romana lo sfruttamento delle miniere spettava al proprietario della superfìcie del suolo, in quanto era ignorata la proprietà sotterranea; sotto la legislazione imperiale, prevalse il diritto imperiale per il quale l’imperatore dava o toglieva la facoltà di coltivare le miniere.

NEL MEDIOEVO
miniera1Questo diritto si consolidò nel Medioevo ed i conti di San Martino di Castellamonte, signori di Brosso, lo esercitarono sin dall’ XI secolo.
Le miniere rimasero feudo di questa famiglia fin quasi alla fine del XIV secolo.
Le prime notizie certe dell’esistenza di attività estrattive nell’area brossese, si trovano in un documento del 5 gennaio 1244 riportato dal Bertolotti ne: “Gli Statuti Minerari della Val di Brosso”.
In esso, per la prima volta, viene espresso un ordinamento sulle miniere. Gli abitanti della Val di Brosso non tolleravano, oltre alla tirannia, anche il diritto di sfruttamento che i conti di San Martino esercitavano sull’unica fonte di reddito che la natura aveva loro riservato. Tant’è che fin dal 1262, tra mediazioni richieste e guerre, cercarono sempre di svincolarsi dai gravosi tributi che dovevano pagare ai signori di Brosso.
La rivolta dei Tuchini del 1386 diede un grande scossone al dominio feudale nel Canavese. Questa ribellione popolare, inserita nel ciclo più generale delle guerre e rivolte italiane ed europee del XIV secolo, ebbe inizio a Brosso e rappresentò per la Valle un punto di taglio con la fase storica precedente. I nobili canavesani, salassati dalla lunga guerra che li divise in Guelfi e Ghibellini, dinanzi alla sommossa popolare si diedero in spontanea dedizione ad Amedeo VI di Savoia. Si arrivò al 17 gennaio 1448 quando il conte di Savoia stipulò la concessione per mezzo della quale, la coltivazione delle miniere di ferro della Valle di Brosso veniva dichiarata e stabilita libera da ogni tributo ed ogni altro peso, riservandosi i diritti per i minerali d’oro e d’argento.

GLI STATUTI
Il I gennaio 1497, con atto pubblico, gli uomini di Brosso diedero forma ai primi statuti che dovevano regolare i lavori minerari, il taglio dei boschi, i pascoli e l’amministrazione della Confraternita di Santo Spirito, patronato che assisteva i poveri e le famiglie dei lavoratori
infortunati con i proventi ricavati dall’auto-tassazione dei lavoratori stessi; si stabilirono cosi gli obblighi ed i diritti, nonché i tempi di lavoro e di sfrutta mento che sia i proprietari dei terreni sia gli artigiani dovevano rispettare.
Prese vita, si sviluppò e si consolidò tra il XV ed il XVII secolo un sistema di economia autarchica atta a tutelare e favorire il ruolo della intera comunità all’interno di un quadro di cooperazione.
Questi statuti furono più volte rivisti ed aggiornati fino al 25 gennaio 1561, anno in cui il duca Emanuele Filiberto sancì il principio del “Diritto classico romano”, che consisteva nel riconoscere al proprietario del suolo anche la proprietà del sottosuolo e di qualsiasi minerale in esso contenuto.
Tale facoltà fa in vigore fino al 1840, epoca in cui Carlo Alberto, con l’editto del 30 giugno, sancì il principio opposto (questo editto fa tradotto in legge nel 1859 ed è tuttora vigente sul territorio nazionale) che limitava la proprietà del suolo alla sola superficie.

LA TECNOLOGIA
In tutti questi secoli gli abitanti delle Val di Brosso inventarono e coltivarono un metodo semplice per curare il minerale dalla miniera alla fornace e fabbricare del ferro senza passare dalla fusione della ghisa.
La tecnologia usata era quella del “Basso Fuoco,” nella versione locale detta “alla Brossasca”, che era suddivisa in varie fasi.
L’estrazione del minerale (ematite) dai “crosi” era condotta generalmente a livello famigliare.
L’ematite, spesso impura per presenza di pirite, veniva estratta mediante piccone e portata a spalle fino all’imbocco della galleria. Qui, utilizzando il lavoro delle donne e dei bambini, il minerale veniva selezionato e frantumato in pezzatura decimetrica per facilitarne il trasporto ed accantonato all’imbocco della miniera per lungo tempo. Dopo l’acquisto da parte dei mastri ferrai, veniva trasportato al luogo dei successivi trattamenti a dorso di mulo a cura dei mulattieri di Fiorano. Il primo trattamento che riceveva il materiale era un arrostimento in fornace mediante legna secca accatastata alla base del tino della stessa. Dopo l’arrostimento, il materiale subiva un pestaggio atto a ridurne la dimensione da decimetrica a centimetrica.
La fase successiva era il lavaggio che consisteva nella permanenza del minerale sminuzzato in grandi fosse detti “laghi” per periodi relativamente lunghi. La riduzione in ferro avveniva nei forni alla Brossasca; consisteva nel mettere nel forno carbone di legna, minerale e fondente ( forse calce, pietre calcaree od argilla) ottenendo, con temperature relativamente basse, un materiale pastoso che veniva martellato per essere amalgamato. Ridotto in pani, il ferro veniva poi venduto ai fabbri. Questo tipo di ferro era di poco pregio per la presenza di soffiature e di scarse proprietà meccaniche ed era usato per attrezzi agricoli, inferiate, strumenti militari, ecc…. e fù fornito alle officine del Regno Sabaudo fino all’inizio del XIX secolo.
Verso la fine del XVIII secolo, per mancanza di combustibile e soprattutto per affermazione della tecnologia “dell’alto forno”, a cui l’ematite poco si adatta, la produzione del ferro con la tecnologia del “basso fuoco” subì un notevole rallentamento fino a cessare completamente nei primi decenni del 1800.
Le testimonianze di questo lungo periodo di lavoro si possono vedere lungo la “Strada delle Vote”.
Sono ancora visibili diverse fornaci di arrostimento, laghi per il lavaggio, canali di convogliamento dell’acqua e ruderi di fucine con i supporti dei magli e mortai di frantumazione.
Recenti studi compiuti in loco hanno riportato alla luce reperti che convalidano i vari scritti esistenti sull’argomento; tali studi sono raccolti nel volume: “Mastri ferrai in terra canavesana”di Marco Cima.
Mentre l’industria del ferro moriva, cominciava ad affermarsi un’altra industria che sfruttava la pirite di ferro, considerata prima come impurità e perciò gettata nelle discariche.
Nacque così, nel 1769 in regione Bore, la fabbrica del “vetriolo verde” (solfato di ferro).
In essa si sottoponeva a torrefazione la pirite, trasformandola in solfato di protossido di ferro; il materiale veniva torrefatto, liscivato e si trasformava in solfato di ferro che trovava un esito commerciale nell’industria tintoria.
I primi proprietari della fabbrica, nonché concessionari delle miniere di Brosso, furono in società: il conte di Valperga ed il signor Francesco Chinnino, maggiore di fanteria delle truppe del Rè. Nel 1824 la concessione passò alla famiglia Ballauri e nel 1839 definitivamente ai fratelli Sclopis che erano già proprietari in Torino di una fabbrica di acido solforico.
L’industria dell’acido solforico, in cui i fratelli Sclopis, in sostituzione dello zolfo, impegnavano le piriti di Brosso, portò ad uno sfruttamento più razionale delle miniere. Non presentando più convenienza la produzione del vetriolo verde, la fabbrica venne chiusa e nel 1872 demolita; fu costruito, sulla stessa planimetria, il “Palazzo Sclopis”, residenza permanente dei concessionari.

LE MINIERE

vittorio sclopis e dignitari davanti alla santa eugeniaPer lo sfruttamento razionale delle miniere furono adottati nuovi mezzi di trasporto interni ed esteri viaggianti su rotaie; Vittorio Sclopis E Dignitari Davanti Alla Santa Eugeniasi costruirono: piani inclinati fra cui uno di 450 metri, il più lungo d’Europa; ferrovie funicolari aeree, una delle quali, lunga 3500 metri, trasportava il materiale d’estrazione da Valcava, a 402 metri, fino alla stazione ferroviaria di Montalto Dora a 247 metri. Inoltre, in regione Valcava, fu costruito uno stabilimento speciale per la preparazione meccanica dei materiali e per l’arricchimento delle piriti povere di zolfo.
La ricerca sistematica di materiale e l’apertura di nuove gallerie a diversi livelli di altezza, creò una rete di tunnel che raggiunse i 180 Km. Venne costruito un bacino idrico in località Gin che immagazzinava l’acqua dell’Assa e, tramite una condotta forzata, alimentava la centrale elettrica di Valcava. Questa, oltre a soddisfare il fabbisogno delle miniere, fornì energia elettrica al comune di Brossofindal 1906.
Fu aperta la galleria delle Fortune, diretta che dalla riva dell’Assa arriva fin sotto Cavallaria.
IL trasporto del materiale dalle Fortune al piano inclinato veniva effettuato mediante trenino trainato da muli.
Alla partenza del piano inclinato, oltre alla stazione di manovra dei carrelli, furono costruite: una polveriera ed una fucina per la riparazione degli attrezzi della miniera.
In Bore furono edificati un locale per i sorveglianti, un sito per i compressori che fornivano l’aria ai martelli pneumatici e alle gallerie senza fornelli e due grandi tubazioni per le forniture dell’acqua.
Al livello delle Fortune, sul lato opposto del torrente, si vedono gli imbocchi ditre gallerie dette della ” Pietra Rotonda “; sempre allo stesso livello parte una galleria che costeggia il corso del torrente e ai lati del piano inclinato iniziano altri due tunnel che intersecano la galleria delle Fortune.In zona Bore, oltre alla San Giuseppe e alla Santa Eugenia , sulla strada che porta alla ” Palina ” vi è la Santa Maria dal cui imbocco il materiale veniva inviato al piano inclinato mediante due teleferiche. Sopra l’entratadella San Giuseppe, sulla collina, sono ancora visibili i ruderi del canale discorrimento che convogliava il materiale dalla località Drovan a Bore, mediante slitte di legno trainate a mano.
Leggermente più in basso del punto in cui parte la strada per Bore, c’è la regione Sterciassa dove si trova, ancora ben visibile, l’abitazione dei caporali che avevano il compito della sorveglianza delle miniere. Scendendo, dal livello delle Fortune, nel vallone dove funzionava il piano inclinato, si vedono gli imbocchi della Sapinera e delle Trovetto che nel 1924 raggiungevano in perpendicolare la zona Gin. Più in basso, oltre il torrente, c’è la galleria Assa nella quale, per mettere alla luce il banco di pirite, fu necessario scavare un “traverso banco” nella roccia viva, operazione che fece registrare un incidente mortale. Sempre a destra orografica del torrente,sopra l’abitato di Calea, c’è il cantiere “Salvere” con: la Vola Gera,la Santa Barbara, la Tamietto e relativi ribassi fino al livello 318.
L’attività mineraria nel vallone dell’Assa fu talmente intensa che occupò per un lungo periodo più di cinquecento persone, poi l’importazione di pirite più ricca di zolfo e meno costosa e metodi estrattivi ormai obsoleti provocarono una graduale riduzione del personale fino alla chiusura delle miniere. L’attività mineraria cesso definitivamente,dopo venti secoli di lavoro, nel 1964 quando ne aveva la concessione la società Montecatini.


1 Commento

giuseppe quaglino

19 settembre 2016 at 6:33 am

se possibile desidererei sapere se il giacimento di brosso era già noto al tempo dei romani e se esiste una analisi chimica dell’ acqua del rio rosso. Grazie Giuseppe quaglino

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