Storia

_br_brosso-story-295439Il paese di Brosso è, oggi, un centro di circa cinquecento abitanti che nel periodo estivo aumentano considerevolmente; è situato in una valletta laterale dell’Alta Valchiusella, adagiato in una conca naturale circondata da prati e boschi.
Anticamente, la borgata aveva particolare importanza rispetto alle altre, tant’è vero che in epoca medioevale e fino ad un recente passato, la Vallata intera era detta Val di Brosso, o meglio “Valle de Broxa” ( A. Bertolotti: “Passeggiate nel Canavese”, Vol  V ). Quantunque non si abbiano notizie certe sui primi abitatori della valle, si sa che il territorio fu popolato fin dalla preistoria; stando a quanto afferma Catone, furono i Salassi, popolazione di origine celtica, a stanziarsi in quest’area geografica: per fabbricare gli attrezzi indispensabili alla caccia ed al lavoro dei campi, essi impararono ad estrarre ed utilizzare il minerale che affiorava sulle pendici delle montagne: I Salassi eressero i primi nuclei abitativi, lasciando tracce del loro linguaggio nella toponomastica locale: secondo il già citato Bertolotti, infatti, Brosso significa “paese sul colle” o “sul monte”, poiché la radice “Bro” indicava proprio “monte, colle”; invece un altro storico locale, G.F. Saudino (“Considerazioni storiche sulla Valle di Brosso”), ritiene che il nome del paese si collegasse ai termini “oro di coppella”, in quanto gli antichi scambiarono per oro la pirite di cui erano ricchi i monti.
Dopo anni di guerre e di resistenza accanita, i Salassi dovettero soccombere alla conquista romana e si può supporre che proprio l’esistenza del minerale, di cui Roma aveva grande necessità per le sue guerre di conquista, sia stato il movente principale dell’occupazione.
Per avere notizie documentate su Brosso, tuttavia, bisogna arrivare al secolo XII, quando tutta la vallata rientrava nei possedimenti dei Conti San Martino di Castellamonte: i signori di Brosso- detti Aimonini- si distinsero per la loro ferocia e il dominio degenerò in tirannia. L’attività estrattiva del ferro e del rame e la loro lavorazione proseguirono in tutti questi secoli: lo si desume dal fatto che in alcuni documenti si fa cenno alle miniere e alla metallurgia collegata e comunque è innegabile che la potenza dei nobili locali dipendesse dagli oneri gravanti sulle miniere.
Stanchi per le continue lotte che si svolgevano nel territorio e per la pesante oppressione di cui erano oggetto, i valligiani si ribellarono in più riprese; una delle rivolte più sanguinose fu quella dei Tuchini che, nel 1386, partì proprio da Brosso estendendosi a tutto il Canavese e portando alla distruzione di numerosi castelli.
La leggenda vuole che un popolano brossese, Antonio Capra, il quale non intendeva tollerare che il signorotto facesse valere lo “ius primae noctis” con la sua promessa sposa, abbia guidato gli abitanti della borgata all’assalto del castello e alla cattura del tiranno, rinchiuso poi in una botte e fatto rotolare lungo il pendio sottostante. Ogni anno a Brosso, le gesta di Antonio Capra rivivono nel carnevale dei bambini che rivestono i panni degli antichi personaggi e che, prima della sfilata storica, danno alle fiamme il castello.
_br_stemmaAnche lo stemma del Comune di Brosso si ricollega a questo periodo storico, poiché in esso campeggiano un castello turrito ed una botte.
Gli abitanti di Brosso e di tutta la Valle, con la speranza di avere un appoggio contro lo strapotere dei feudatari, giurarono a più riprese fedeltà ai Savoia, chiedendo la loro protezione, ma le lotte continuarono per oltre un secolo portando, con le conseguenti carestie, miseria ed imbarbarimento e determinando, in alcuni periodi, il decadimento dell’attività mineraria. Nella storia antica di questo paese vi è una data che segna una tappa fondamentale: è il 1 gennaio 1497 . In tale giorno, alla presenza di alcuni notabili e di un notaio, l’assemblea dei capifamiglia fissò le norme per lo sfruttamento delle miniere, nel quadro generale di un’attenta interazione fra l’attività mineraria e quelle agro-pastorali. Gli Statuti Minerari, scritti in latino con il titolo “Ordinamenta et Conventiones loci Brozi”, furono convalidati dal duca Emanuele Filiberto di Savoia ed ebbero successivamente numerose aggiunte; nel 1602, infine, furono tradotti in italiano, continuando ad essere validi per molto tempo
Nei secoli più recenti, la vita di Brosso è sempre stata strettamente legata all’attività mineraria e metallurgica; i siti lungo il corso del torrente Assa offrono oggi un testimonianza delle opere che servivano ai minatori ed ai mastri ferrai: sono visibili numerose fornaci di arrostimento, laghi di lavaggio, fucine e pestelli meccanici che permettevano di ottenere, con un particolare procedimento, il ferro senza passare dalla fusione della ghisa.
Nel 1700 la Valchiusella fu la principale fornitrice di ferro di Casa Savoia; per citare due esempi , il metallo locale venne usato per fabbricare i cannoni utilizzati contro le truppe francesi nella battaglia dell’Assietta il 19 luglio 1747 e per le cancellate che circondano il palazzo Reale in piazza Castello a Torino.
Verso la fine del 1700, la tecnologia dell’alto forno soppiantò quella del basso fuoco, detta “alla brossasca” nella produzione del ferro ricavato dall’ematite provocando il decadimento della metallurgia brossese. L’attività mineraria si orientò alla ricerca e all’utilizzo della pirite (solfuro di ferro monometrico), che servì dapprima a fabbricare il vetriolo verde, usato per tinture  e, in un secondo tempo, verso il 1830 quando il complesso minerario fu concessione della famiglia Sclopis, a produrre acido solforico.
L’attività estrattiva si modernizzò e vennero costruite nuove strutture: piani inclinati ( sono ancora visibili i resti di quello che allora era il più lungo d’Europa), funicolari aeree, decouvilles (binari a scarto ridotto) per vagoni a traino animale per il trasporto del materiale che veniva inviato alla stazione di Montalto Dora, per essere spedito a Torino alla fabbrica dell’acido solforico.
Le miniere furono chiuse quando l’estrazione del minerale, fatto con metodo ormai obsoleto, assunse costi superiori rispetto all’importazione dall’estero: era l’anno 1964.
Vi sono ancora in paese uomini e donne che rievocano, con dovizia di particolari, il lavoro svolto e le fatiche consumate nelle gallerie del monte Cavallaria, nelle laverie, nella manutenzione delle attrezzature, nella cernita del materiale, nel carico e scarico dei mezzi di trasporto.
Verso la metà del secolo scorso, con la cessazione dello sfruttamento minerario, vista la magra attività agricola, l’attività lavorativa è quasi esclusivamente gravitata sul polo di Ivrea (industra Olivetti), provocando il progressivo abbandono del territorio. Attualmente si nota una contro tendenza che vede l’impiego nel terziario e un ritorno, se pur minimo, all’agricoltura (allevamento bovini).


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